Pd, si riaccende lo scontro: le truppe di Zingaretti contro il ritorno di Renzi

Il segretario teme l’ex premier e cerca la sponda di Sassoli: «Non parlano di noi ma cresciamo»

«Ancora tu», cantava Lucio Battisti. E potrebbe cantarla anche Nicola Zingaretti, che inaspettatamente si ritrova ancora tra i piedi, come potenziale competitor, Matteo Renzi. E ora che le elezioni politiche si allontanano, nel Pd si inizia ad aprire la stagione delle eliminatorie, che dovranno portare a scegliere il futuro sfidante di Matteo Salvini: Zingaretti, Sala, Calenda, Gentiloni, o proprio Renzi?

Il segretario del Pd ha convocato ieri la sua prima Assemblea nazionale post-voto, e – tra applausi della sua base, definiti scherzosamente «sovietici» per l’entusiasmo da Gianni Cuperlo – ha tentato di rispondere, a suo modo, alla sfida lanciata venerdì da Milano dall’ex premier.

In modo morbido e piuttosto circospetto, senza mai citare Renzi, Zingaretti annuncia la «seconda fase», quella che dovrebbe far uscire dalla semi-clandestinità l’opposizione Pd e proporre al paese quella che il leader dem orgogliosamente chiama «l’unica alternativa credibile alla deriva italiana» sotto il governo «della destra» gialloverde.

Renzi ha sfidato il centrosinistra a tornare a «dettare l’agenda», come durante la sua leadership, e a rivendicare la stagione di riforme del suo governo, quelle riforme «su cui oggi parte della sinistra vuol tornare indietro». E la replica, sprezzante, che gli arriva da Cuperlo (oggi messo dal nuovo segretario a capo della «fondazione culturale Pd») fa intuire che la contrapposizione interna resta virulenta: «Non dobbiamo guardare al passato remoto ma neanche a quello prossimo: l’Italia ha bocciato l’impianto di alcune delle nostre riforme». Ma il ritorno in campo dell’ex premier scuote gli equilibri interni: non è sfuggita, ad esempio, la presenza alla kermesse milanese dell’ex leader del sindaco Beppe Sala, uno dei personaggi vincenti più influenti nel mondo dem. «Ha capito che per tornare a vincere serve un leader forte, come Matteo», assicura un esponente renziano meneghino. Sul fronte opposto, Zingaretti si fa forte di David Sassoli, eletto presidente del Parlamento europeo: «Tutti i posti europei di primo piano andati agli italiani, con l’eccezione di Tajani alla Commissione istituzionale, sono andati ad esponenti Pd», esulta.

Tornare a vincere sembra, oggi, un obiettivo assai ambizioso, e per farlo è indispensabile allargare la base elettorale della coalizione. Zingaretti, fiero del «sorpasso» ormai acquisito sui Cinque stelle, assicura che è possibile con «idee forti», e a questo proposito lancia una «Costituente delle idee» molto gauchiste, che prende in prestito molti spunti dalla nuova sinistra americana delle Ocasio Cortez (quella che farà rivincere Trump), a cominciare dalla «green economy». E se Renzi accusa il Pd di essere afono, in questa fase, il segretario replica che «il consenso per noi è in aumento, se non parlano di noi è perché temono il nostro recupero».

L’ex premier invece, se da una parte lancia segnali alla sinistra sull’immigrazione, criticando l’operato del ministro Minniti e attribuendo al governo Gentiloni la mancata approvazione dello ius soli (sorvolando sul fatto che il segretario dem era lui), dall’altro lato è convinto che il voto da recuperare sia quello riformista e moderato. Per questo i suoi, negli scorsi mesi, hanno coltivato i rapporti con l’ala più «liberal» di Forza Italia, quella più allergica al sovranismo reazionario della Lega, e guardato a Mara Carfagna come possibile interlocutrice per una potenziale futura alleanza. Ma la nuova sfida è appena iniziata.